Il Vangelo secondo Antonio – Dario De Luca

Alzheimer: malattia che colpisce il cervello provocando un progressivo declino delle funzioni intellettuali

Ricordi.

Quante volte abbiamo maledetto il peso che ci costringono a trascinare? Quante volte li riportiamo a galla, lasciandoli naufragare sulle onde di lacrime in tempesta?

Memoria.

Quanto peso può determinare la memoria, una volta che se ne va? Quella che a nostra insaputa scompare? Qual è il peso per chi non ne ha più? E per chi rimane, tutti questi ricordi, quanto diventano prepotentemente loro, per non perdersi?

Che cosa vuole che le dica? Ho l’Alzheimer. Come no! Se glielo dico io può starne certo. Qualche cellula del cervello mi ha lasciato, ma cosa vuole che faccia, che tenga il lutto per ognuna?

Ricordi.

E gesti da bambini. Causa/effetto. Lo sbattere stizzito dei piedi quando

riso

Manuela Giusto ©

non si ottiene quello che si vuole. Le linguacce e le parole da non dire. Le urla. Gli schiaffi. La calma. Le scuse. La voglia di scoprire e riscoprire. Di imparare parole nuove, imboccate per conto di un alfabeto a forma di aliante. Ed affezionarsi ad un suono. E vivere in un castello ogni volta diverso. E avere paura. E fare i conti con i mostri sotto e sopra il letto. E le bombe che scoppiano nella notte. Nella testa. E avere paura. Ancora. E chiedere aiuto. E dormire vicino a chi si vuole bene. Àncora. La calma. E mangiare pop-corn fino a star male. E ripetere, ripetere, ripetere…

La croce è un simbolo. Un simbolo prezioso di un amore che arriva alla morte

Ricordi.

Di quelli che si mescolano alla coscienza. Nuovi. Forti. Puri. Una preghiera. Un aiuto. Àncora. Ancora. Un Padre troppo privato che viene riscoperto. Accudito. Come non si è mai saputo fare. Neanche con se stessi.

croce

Manuela Giusto ©

La sofferenza gratuita e quella autoinflitta. La voglia di aggrapparsi a Qualcosa, a Qualcuno. Quel Qualcuno che sappia accudirci, che sappia cullarci. Che non ci lasci vagabondare ancora, come una delle sue tante pecorelle. Avere un posto d’onore alla sua destra. La rabbia aggressiva, involontaria. Il voler proteggere a tutti i costi.

Il Vangelo secondo Antonio è tutto questo. E di più. È uno spettacolo ad orologeria, è il ticchettio ansioso che precede l’esplosione. L’innesco premuto. Perché una volta che il sipario è chiuso, lo scoppio è automatico. La detonazione, distruttiva. I ricordi spingono, ritornano. Divorano e lavorano. Malinconicamente. Ma li lasci fare. Li lasci liberi per paura di perderli. Per paura che non ritornino.

Ed è in quel momento di tumulto che ripenso un altro spettacolo, di portata emotiva uguale e contraria:

‘U sacciu ca si a Bonsaire… e c’a guerra a mò ch’è finita… ‘u sacciu ca nun si mai turnatu… ‘un sungu paccia… ma fin’a quannu t’agghiu parlatu veramente… tu ci si statu… veramente*

La stanza della memoria. Una tragedia che sentimentalmente non si discosta tanto, se non su piani diversi, al percorso emozionale del Vangelo.

Una rotazione di accadimenti e parole che hanno come punto gravitazionale una malattia carnivora, che si nutre di persone e cuore e mente. Una malattia pronta a lacerare i pensieri di chi cerca di salvarsi, aggrappandosi a loro con tutte le forze. Una malattia pronta a mangiare anche coloro che stringono forte la mano a chi combatte.

Ricordi. La parola chiave.

Emozioni incontrollate. Le sensazioni più belle. Anche quando lo stomaco è stretto e si vorrebbe urlare. Anche quando l’applauso è assolutamente doveroso ma faticoso, perché un abbraccio a De Luca riempirebbe un silenzio di battiti commossi, così magicamente rumoroso.

Un grazie è d’obbligo. Ricordarsi di non dimenticare, altrettanto.

(…) sei la mia valigia, per chi ti ama. Sei quello che sei ma non ci sei. Sei la nostalgia, davanti al fuoco. Sei la mia bugia, se mangio poco. Sei l’anima mia ma non ci…

*“Lo so che sei a Buenos Aires… e la guerra è da tempo che è finita… lo so che non sei mai tornato… non sono pazza… ma fino a quando ti ho parlato veramente… tu ci sei stato… veramente…”

 

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Il treno delle 7.30

Ho pensato che si può aspettare. Si può aspettare rallentando le giornate, i passi, i pensieri, i sorrisi sempre costantemente di fretta.
Con la paura di perdere tempo per qualcosa che si poteva avere subito.

Aspettare di passare inosservato, di farsi notare, di parlare, di stare in silenzio; con l’angoscia delle lancette che continuano a girare; ma anche aspettare di guardare, di ascoltare, di lasciarsi osservare, di essere nudi davanti ad un estraneo.

Aspettare un bambino. Un matrimonio. Un divorzio.
Aspettare di saper fare il genitore. Di saper fare il figlio. Di saper fare un figlio.
Di essere nonno, amico, conoscente, persona.

Aspettare due occhi, un abbraccio, un bacio.
Aspettare un grazie, un prego, un vaffanculo.
Aspettare un rischio, una sicurezza, un maledetto treno perso.
Aspettare di rincasare; aspettare di partire con la consapevolezza di non voler tornare.
Aspettare di accorciare le distanze, di allungarle. Di far diventare quei chilometri, metri.

Aspettare di fare l’amore dopo aver litigato.
Aspettare di fare l’amore, e litigare.

Denise Dina ©

Aspettare di fare l’amore per poi ricominciare.
Aspettare di fare.

Aspettare il sole, la pioggia, il vento, le stelle. Il buio.

Aspettare te, mentre aspetto ancora me.

Ho pensato che sì, forse si può aspettare tutto questo (prima di timbrare il biglietto).
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“Ti aspetto”. Suona bene. Suona come un aereo. Come un viaggio. Come una valigia. Come una canzone. Come te. Come te quando sei con me.

Ti aspetto.

“Un bacio in ritardo. Ci scusiamo per il disagio”

Chi ha ucciso?

“Che idea morire di marzo” dissero a Fausto e Iaio.

Che idea morire di Marzo, #Ilaria. Non trovi?

Sono anni che cerco di scriverti, dirti, spiegarti ma le parole non trovano una via d’uscita. Neanche il tuo pensiero mi abbandona. Non riesco a lasciarti andare.

20 marzo ’94.
Quella sera avevo l’età bambina che percepisce l’aria pesante, lo stomaco stretto, la voglia di piangere. Non riuscivo a scavalcare il pensiero semplice. Quel pensiero ch

Ilaria Alpi

e sa che qualcosa di molto brutto è successo. Quelle “cose da grandi”.
Ho fissato la tua immagine per un tempo interminabile. Ho pianto senza sapere il perché. L’ho capito anni dopo.

Non sai quanto darei, ora, per rivederti con quei taccuini in mano, il microfono davanti al viso, quei capelli al vento, quegli occhi color donna.
Non sai quanto darei, ora, per essere anche solo una briciola di te.
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Eppure…
Non si gioca con le parole, Ilaria!
Non si gioca a pallone con le armi, Ilaria!
Non si gioca a saltare la corda con le navi, Ilaria!
Non si gioca a nascondino sulla linea verde, Ilaria!
Non si gioca in Somalia; Ilaria…

Eppure…
Per alcuni eri a Mogadiscio in vacanza. Uccisa per una semplice casualità o per una ancor più malsana voglia di ammazzare un reporter italiano. Imprudenza. Nessun colpevole. Perché non c’è mai un colpevole di omicidio.

Eppure…
In tutti questi anni siamo riusciti a dimenticarti. Siamo riusciti a smuovere la terra, rivangarla aggiungendone altra.
Seppellirti ancora più in profondità. Ecco cosa abbiamo imparato a fare.

Si può morire di verità? Si può ancora morire per questo, Ilaria?
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Perché ogni volta che ti penso, hai il sapore del mare.
E gli occhi bruciano.
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“La verità è partigiana,
la verità si nutre di pianto.
Tempo verrà per dividere il grano,
dai topi dividerlo, tenerlo lontano.
Tempo sarà di svelare il mistero,
dividere il falso, il falso dal vero”

Follia – beta

“Follia: /fo’l:ia/ s. follia [der. di folle]. – 1. (med.) [stato di grave malattia mentale: essere sull’orlo della follia] ≈ alienazione (mentale), demenza, (lett.) insania, pazzia. 2. (estens.) a. [mancanza di senno] ≈ dissennatezza, pazzia, squilibrio”

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Ci sei tu in una stanza apparentemente vuota.

Ed una sedia di legno.
Siediti. Siediti lì.

Uno specchio. Al lato opposto della stanza. Un riflesso.
Il tuo. Sei tu. Ci sei tu su quella sedia. Comincia a sembrarti scomoda, vero?

Guardati. Non distogliere gli occhi da quello che vedi.
Stai stringendo involontariamente i lati della seduta. Sento il rumore delle dita quando si stringono con forza attorno a qualcosa. Infastidiscono.
Cos’è quell’inquietudine che ti attraversa? Eppure quel riflesso non dovrebbe farti paura. Sei tu, no?

Continua a fissarti. Non abbassare gli occhi. Stai diritto con la schiena. Immobile. Non parlare. Non emettere suoni.
Cos’è quel respiro affannoso? E perché quelle gambe dondolano? E quelle labbra socchiuse? Taci.

Ora ascoltati. Ascolta il tuo corpo. Tutto quel turbamento autoindotto. Non starai mica impazzendo?
Eppure, sei arrivato al punto che i tuoi stessi occhi ti fanno tremare. Com’è perdersi in sé?
Stai fermo e ascoltati.
Ascoltami.

Ascoltati.

E ora dimmi: cosa ti urleresti in faccia?
Perché è questo che vuoi; parlarti come non hai mai fatto, no?
Aspetta. Aspetta fino a quando non riesci a respirare. Battisoffia. Aspetta. Aspettati fino a quando a parlare non sarà che il tuo riflesso (ma sarai ancora tu? E se non ti riconosci? Mio piccolo Hyde).

Ora mangiati. Ascoltati. Anzi mangiati mentre ti parli.
Sputa parti di te mentre ti vomiti addosso quello che non ti sei mai voluto dire. Sii cannibale dei tuoi pensieri. Masturba la tua mente fino a sentirne il succo. Fai uscire il frutto della tua angoscia.

Avvicinati a quello specchio e conta le gocce di sudore. E conta anche tutte le lacrime che stanno uscendo senza controllo.
Da quanto tempo non ti dedicavi così tanto a te? Eppure sei solo tu davanti a te stesso. Ti riconosci? No?
Piangi e urla.

Urla!

Urlati contro. Urla fino a perdere la voce.
Usa le ultime forze per rompere in mille pezzi quello specchio. Confina in un piccolo punto tutta la tua rabbia.

Rompiti!

Succhiati il sangue dalla mano.
Accarezza ogni frammento di te. Concediti parole dolci. Ed una ninna nanna. Cullati.
Succhiati le ultime gocce di sangue. Ricuciti. Respira. Canta. Calmati.

Calma.

Ed ora dimmi: in quale pezzo ti riconosci? Ti sei trovato?
Raccogliti. Mettiti in tasca.

Ed ora vattene. Prendi quella porta e ributtati nella mischia.
Ma fai finta di niente.

Avanti un altro.

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“Con la paura, madre di ogni violenza; non si scherza, non si scherza mai”

Come sarebbe?

E se il mondo fosse al contrario?
Come quando, da bambini, ci si mette a testa in giù e gambe all’aria; avete presente?

Come sarebbe?

Nessuno invidierà più gli astronauti! Potremmo mangiare cioccolato eliminando i sensi di colpa!

Le carezze delle madri? Girotondi vorticosi, e se si piangerà, sarà solo per dissetare boccioli e fiori.

Questi ultimi cresceranno senza sosta perché nessuno li strapperà più!
Ma ehi?! Non spariranno le dediche d’amore! Infatti gli innamorati potranno cogliere manciate di stelle; ma cosa dico? Intere costellazioni! E prendere anche un pezzetto di cielo se lo vorranno.

Le rondini faranno le tane al posto dei conigli e i lupi non dovranno più ululare alla luna, anzi! L’abbracceranno!

Conteremo i pesci per addormentarci, e finalmente chi non riuscirà a tenere gli occhi aperti potrà pigliarli.

I bambini non si sbucceranno più le ginocchia cadendo dalle nubi e sarà bandita la frase: “in questo momento vorrei sotterrarmi!”. La vergogna? Puff! Spa-ri-ta!

Il cielo a pecorelle ci permetterà di fare docce di pioggia (nelle apposite catinelle)! E per chi ama l’abbronzatura? Bagni di sole fino a scottarsi!

Ci saranno, ahimè, pochi sognatori. Nessuno avrà più la testa fra le nuvole. Ma in compenso altri saranno meno razionali. Avere i piedi per terra? Ma siete matti?

E tutti quelli che vogliono toccare il cielo con un dito? Detto fatto!

Eppure, se ci penso, con tutto questo sangue alla testa… sai che nausea!
Il mondo, tutto dritto, non è poi così male.

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“Nuvola. Nuvole. Nuvola. Nuvole, fandocchie, vecchi stracci colorati. Nuvole per chi? Nuvole per voi. Nuvole per chi ama senza un soldo nella tasca. Nuvole per due, nuvole per noi. Nuvola. Ho una nuvola. Bianca nuvola, per te”

Silenzio. Silence. Stille.

Lucciole.
Tante.
Un’onda composta ma sconnessa di piccoli flash naturali. Sparse ovunque. Sparse come lo zucchero. In alto, in basso. Addosso.
Ne ho una che continua a vorticarmi intorno come un piccolo uragano da quando mi sono inoltrata nel buio più totale. La mia cicerone. La mia Caronte o la mia Flegias.
Ho quasi paura a respirarla per sbaglio.
Insiste ad accompagnarmi, questa piccola testarda, mentre io mi sento una bambina in piena crisi euforica. Mi guardo attorno, evitando un genocidio luciferino.

Buio e bagliori. Buio e bagliori.
Il “sentiero delle fate”. Così lo chiamano.

Buio e bagliori. Buio e bagliori.
Non vedevo così tante lucciole da almeno sei anni. Da quando ho lasciato “casa vecchia” e mi sono spostata ad un chilometro o due per vivere in paese. Una manciata di passi. Un’enorme differenza.
Passare dalle luci delle stelle a quella dei lampioni. Dallo sdraiarsi nel prato sotto una pioggia di foglie al caldo del marciapiede ancora da terminare. Il rumore delle macchine scavalca a piè pari il ricordo di quel silenzio animale che consumavo gelosamente. Una grande perdita che cerco di riparare tutte le volte che posso.
La natura seguiva il suo corso naturale lontana da sterzate e autoradio al massimo volume: avevo civette in piena crisi matrimoniale, pipistrelli a cui dare una spinta quando erano troppo piccolini, gatti (tanti) a cui spartire coccole e servizio di babysitting, mantidi con cui pregare, picchi con cui costruire, api con cui fiorire, serpi. Non che il mio piccolo paese sia una metropoli, ma c’è sempre un grande ed inutile casino. Basta veramente poca distanza per vivere in due mondi opposti.
Silenzio. Silence. Stille.
Dovrei tatuarmi questa parola fin sotto pelle, lì sotto, dove è posizionata cautamente da anni.

Buio e bagliori. Buio e bagliori.
Continuo a guardare in alto, rapita da questi paparazzi imprudenti e dall’unica luce che rischiara una piccola radura nel bosco vicino allo scorrere dell’Idice. Ascoltare quel silenzio di alta quota mi sta lobotomizzando. La parola pace devono averla inventata qua.

Buio e bagliori. Buio e bagliori.
Lucciole inarrestabili nel loro sberluccicare. Lucciole a formare un ipotetico abbraccio. Il silenzio, quello famelico, quello che possedevo, nascosto tra le mani, e del quale mai avrò paura, qua esiste ancora; prepotente, incolto, primitivo.
Primitivo come il tempo che sembra aver inchiodato poco prima del fitto intreccio di rami, convinto a non procedere di un passo.

Buio e bagliori. Buio e bagliori.
Il buio fa paura. Ed il bosco è solo il caper emissarius di questa sensazione sinistra; questo qualcosa di estraneo, incontrollabile, non palpabile, dannato.
L’oscurità, come il silenzio, è alchimia. Basta solo saperla rispettare.
Buio e bagliori. Buio e bagliori.
Cerco di camminare cautamente per paura di pestare la mia piccola Glühwürmchen.
Buio e bagliori. Buio e bagliori.
Qua, sotto questo cielo di foglie, ho imparato a respirare il profumo del colore che non vedo. Il verde degli alberi, il mogano delle cortecce, l’ocra della terra. Respiro e percepisco.

Pace.
Lucciole e pace.
Non mi va di tornare a casa.
Continuo a lasciarmi trascinare dal gracidare delle rane vicino al torrente, dal rumore dell’acqua contro i sassi, dalle foglie sotto le scarpe e dalla danza amorosa di questi piccoli insetti. Mi gusto ancora il sapore dolce dell’oscurità.

Con il giorno si spegnerà anche l’ultima lucciola. E la quiete.
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E pensare che basta un’ora da casa per essere al mondo.

“(…) and no one dared disturb the sound of silence”.

Piove a festa

– Ciao nonno!
– Ciao cúina! Allora, mi porti sulle giostre quest’anno?
– Non ho i soldi. Ma se me li presti ti offro un giro. Solo se lo facciamo insieme però.
Così per vent’anni. Non ne abbiamo sgarrato uno. Un dialogo che semplicemente ci divertiva. Una cosa solo nostra. Poi ti riaddormentavi sulla sedia. In Tv l’ennesima replica di Colombo. Io finivo a gironzolare alla festa di paese. Puntualmente ti risvegliavi per augurarmi la buonanotte e io tornavo a casa con i soldi nelle tasche, lo zucchero filato appiccicato alle guance ed una malinconia strana addosso.
Abbracci pochi. Abbiamo smesso presto. Baci mai. Come i “ti voglio bene”. Ma eri sempre al mio fianco.
Ora di soldi ne ho sempre pochi. Lo zucchero filato rimane nella bancarella. La malinconia invece è aumentata fino a traboccare in lacrime. Non sai quanto darei per raccontarti tutto quello che sta succedendo ora attorno a me.
Sai che ti dico? Facciamo che quest’anno parleremo ancora come una volta.
– Ciao nonno!
– Ciao cúina! Allora, mi porti sulle giostre quest’anno?
– Dai, a sto giro i soldi te li presto io. Abbiamo ancora un giro in sospeso. Ricordi? Ma solo se lo facciamo insieme però.
Piove a festa. Tschüss.

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P.s. Ma paghiamo in monete o in quarti di stella?